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Se la crisi finisce sulle spalle dei più deboli


di Makis Mpalaouras


Il governo greco con la collaborazione della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha deciso di imporre un programma di austerità per il prossimi 15 anni che non ha precedenti nella storia economica mondiale. Un programma che distrugge completamente lo stato sociale, demolisce i diritti dei lavoratori, con l’abolizione dei contratti nazionali e del sistema pubblico delle pensioni, e riporta la società greca nelle condizioni in cui si trovava prima della seconda guerra mondiale.

L’economia greca nell’ultimo decennio ha avuto un forte sviluppo, tra il 4 e 4,50%. Uno dei più alti nella vecchia Europa dei Quindici. Perché con tutta questa ricchezza è stata costretta ha ricorrere al Fondo monetario internazionale (Fmi)? È colpa dell’eccessiva spesa pubblica? No, perché questa risulta essere pari al 45% del Prodotto interno lordo (Pil), cioè nella media dell’Unione europea. Esiste invece un problema sulle finanze pubbliche, giacché le entrate negli ultimi anni sono diminuite dal 41 al 34% del Pil, mentre nell’Unione Europea si trovano nella media al 44%.
Il deficit di bilancio dei conti è dovuto al crollo della base produttiva del paese e all’aumento delle importazioni del beni di lusso. I dati dimostrano che le importazioni dei beni di lusso non sono dovute alla richiesta dei lavoratori e dei pensionati, dal momento che  il salario medio greco arriva solo al 60% di quello europeo salario medio europeo, mentre la produttività del lavoro si trova molto vicino alla media della produttiva in Europa, al 92%.
Allora chi è che vive al di sopra delle proprie possibilità? La Commissione Europea, la Bce e il Fmi hanno già la risposta: i greci!
Ma quali greci? I lavoratori che hanno i soldi contati o i grandi evasori fiscali e gli imprenditori che approfittano degli appalti e delle commesse dello stato per rubare i fondi pubblici con contratti fasulli ed evadere poi il fisco?

In Grecia i due terzi (2/3) delle entrate pubbliche provengono dalle tasse indirette, quelle che colpiscono in teoria indiscriminatamente ricchi e poveri. Però come si sa i ricchi sono sempre pochi.
Per quando riguarda le tasse dirette i lavoratori dipendenti contribuiscono con il 12%, le grandi società con il 10%, le piccole e medie imprese ed il commercio con il 4% ed i liberi professionisti con il 3%. Ora se uno dice che la politica fiscale è di classe fa scandalo.
Al governo greco e alla «troika» (Commissione, Bce e Fmi) non interessa molto che la cosiddetta (economia in nero) (o sommersa?) si trova tra il 25 ed il 40% del Pil, che l’evasione fiscale raggiunge i 12 miliardi di euro e la detrazione dal fisco raggiunge gli 8,50 miliardi di euro in un paese che conta poco più di dieci milioni di persone.
Parlano della crisi del sistema delle pensioni pubbliche senza ammettere che le società e gli imprenditori devono allo stato contributi per 18 miliardi di euro ed altri 8,50 miliardi di euro di contributi che hanno incassato senza pagarli allo stato.

La ciliegina della torta del banchetto pubblico appartiene alla corruzione, che arriva al 8% del Pil, permettendo alla Grecia di avere uno dei primati mondiali.
Il programma del governo e della «troika» vuole tagliare solo le spese pubbliche, senza combattere la (economia in nero) l’evasione fiscale e la corruzione e senza contare nella spesa pubblica le spese militari, che arrivano al 4,50% del Pil, le quarte più alte nel mondo in rapporto al Pil.
Il programma del governo e della «troika» distrugge il tessuto sociale, in un paese dove i lavoratori lavorano molto, hanno una grande produttività, sono pagati poco e sono «beneficiari» di un miserabile stato sociale che non può aiutare nemmeno i più poveri, la cui percentuale rispetto alla popolazione è la quarta più alta in Europa. Non a caso la distribuzione della ricchezza arriva a livelli di provocazione,essendo 1 a 7 tra poveri e ricchi.

Queste sono le ragioni per cui il popolo greco si ribella in massa al programma di austerità di Papandreou, che cerca di far pagare i costi della crisi ai meno tutelati e non a coloro che l’hanno provocata.

Atene chiama, (anche) Pisa risponde!

Lo striscione esposto di fronte al Partenone, luogo simbolo di Atene, parla anche a noi italiani. Il nostro paese, di fronte alla disoccupazione giovanile del 25%, al dilagare dell’evasione fiscale e del lavoro precario, alla chiusura di centinaia di fabbriche, ai licenziamenti di miloni di lavoratori, al taglio dei salari, rischia di fare la stessa fine.

E cosi anche noi a Pisa, come in molte altre citta italiane, abbiamo voluto esprimere la nostra solidarietà al popolo greco e allo stesso tempo affermare che la loro lotta è la nostra lotta. Per la dignità del lavoro, per il mantenimento dei diritti (maternità, sussidi di disoccupazione, cassa integrazione), contro gli speculatori finanziari e i loro complici nelle istituzioni ci rivolgiamo alle cittadine e cittadini del nostro paese, della nostra città affinchè questa gravissima crisi economica che vive la Grecia non debba essere vissuta come qualcosa di estraneo alle nostre vite.

POPOLI D’EUROPA SOLLEVATEVI!

In queste ore decine di migliaia di lavoratori, studenti, pensionati riempiono le strade della Grecia, in occasione dello sciopero generale di 24 ore, indetto per richiedere il ritiro delle norme introdotte dal Governo che consegneranno il Paese nelle mani del Fondo Monetario Internazionale, salvando i profitti dei banchieri, degli evasori, dei padroni e  dei “maghi della finanza”che hanno causato questa terribile crisi e condannando le classi popolari e il ceto medio-basso a lavorare di più in cambio di salari da fame.

Il nostro paese difronte ad una disoccupazione giovanile del 25%, al dilagare dell’evasione fiscale e del lavoro precario, alla chiusura di centinaia di fabbriche, al licenziamento di milioni di lavoratori, al taglio dei salari, rischia di fare la stessa fine.

Questo striscione esposto martedì di fronte al Partenone, luogo simbolo di Atene, parla, quindi, anche al popolo italiano.

Giovani Comunisti

Reporters Sans Frontières: in aiuto della stampa haitiana

Reporters Without Borders to create centre of operations for Haitian journalists

Published on 15 January 2010

It is impossible to locate survivors, organise relief and distribute aid without reliable news and information being relayed by functioning news media. The major relief operation being mounted by the international community in Haiti requires a similar effort on the part of the international media, which have a vital role to play.

But the Haitian press has been devastated by the earthquake.

Reporters Without Borders therefore intends to set up a centre of operations for Haitian journalists in Port-au-Prince in order to enable them to cover the situation and thereby assist the process of providing assistance to the population.

Due to be operational by the start of next week, the centre will be equipped with laptops, mobile phones and generators provided by the leading Canadian media group Quebecor, Reporters Without Borders’ partner in this initiative.

The president of the Canadian section of Reporters Without Borders, François Bugingo, will travel tomorrow to Port-au-Prince to evaluate short- and long-term needs. The Canadian embassy in Haiti has offered to house the emergency centre within its compound.

The creation of this centre of operations will be followed by reconstruction assistance – again in partnership with Quebecor – for Haiti’s media, which are virtually all currently unable to function. This will be one of the targets of the donations raised by the appeal already issued by Reporters Without Borders.

The press freedom organisation hopes to get news media in countries that are providing significant amounts of aid to Haiti, such as Canada, Brazil, the United States and France, to become financial and logistic sponsors of Haitian media that need rebuilding.

Una protesta dei giovani haitiani svoltasi nei giorni scorsi

Una protesta dei giovani haitiani svoltasi nei giorni scorsi