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di Giuliano Marrucci – pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 13 luglio 2010
Mentre lo stivale passava un altro week end all’insegna del declino economico e morale, il dragone che non dorme ne preparava delle belle.
La prima notizia riguarda il mondo della finanza. E’ nata in Cina la prima agenzia di rating senza stelle e strisce. Si chiama Dagong, ed ovviamente, come il Financial Times ha subito sottolineato con tono scandalizzato, è diretta emanazione della People’s Bank of China. D’altronde a noi civilissimi liberali occidentali la sola ombra di un possibile conflitto di interessi ci fa raggelare. E’ per questo che nei CdA delle holding che controllano le 3 più grandi agenzie di rating al mondo, ovviamente tutte made in USA, ci sono banchieri (Citigroup e Credit union in Standard & Poor’s, Banque de Suez e JPMorgan in Fitch, ING Group e ancora Citigroup in Moody) e capi d’industria di ogni genere. Ed è sempre contro ogni sospetto di conflitto d’interesse che le agenzie di rating guadagnano dalle commesse che arrivano dalle banche per giudicare i titoli che poi le banche rivendono, compresi quei complicatissimi prodotti finanziari che nel 2008 venivano giudicati completamente affidabili e poi hanno mandato l’intera economia mondiale a puttane.
Lo dice chiaramente Chris Meyer, alto funzionario di S&P, in una delle intercettazioni utilizzate nell’inchiesta condotta dal procuratore generale di New York contro 8 grandi banche Usa: “le agenzie di rating contribuiscono alla creazione di un nuovo mostro, il mercato dei CDO (Collateralized Debt Obligation). Speriamo di essere tutti ricchi ed in pensione quando questo castello di carte crollerà”.
E se le agenzie di rating fanno la loro parte nella guerra tra bande del mondo dell’alta finanza, pensate cosa succede quando cominciano ad occuparsi di debito sovrano. Dove non arriva la politica estera USA arrivano Moody’s e Fitch: la recente crisi della Grecia prima e dell’euro dopo, lo dimostra. Ed è infatti proprio sull’analisi del debito sovrano di 50 paesi che Dagong ha scelto di concentrarsi, con risultati ben diversi da quelli di Moody e S&P. A partire dal debito USA, che nonostante tutte le difficoltà le due agenzie americane premiano con la tripla A (lo stesso rating che davano a Lehman Brothers pochi giorni prima del tracollo), mentre Dagong ne da solo 2. La Cina invece passa dallo A1 di Moody ad AA+, meglio degli USA. Chi sia più attendibile è difficile dirlo, quel che è certo è che una grande agenzia di rating slegata dal monopolio Usa sulla finanza è una gran bella boccata d’ossigeno. Anche perché a far prendere alle agenzie delle gran cantonate non è solo il conflitto d’interessi. Anche la teoria economica conta, e la teoria che guida il mondo della finanza Usa negli ultimi anni ha fatto acqua da tutte le parti. E così arriviamo alla seconda notizia di questo inizio settimana. Si tratta della nascita del canale All News in lingua inglese CNC, nato per “presentare al mondo una visione completa dei fatti internazionali, ma con una prospettiva cinese”. CNC è l’ultimo di una lunga serie di investimenti del governo cinese nel campo dei media, 5 miliardi di dollari in un paio di anni. L’anno scorso era stata la volta della Cctv, che raggiunge 300 milioni di persone e che oltre che in inglese trasmette anche in francese, spagnolo e arabo. A giugno poi ecco il tentativo della cinese B-Ray Media di acquisire Newsweek, celebre settimanale liberal del Washington Post. Tentativo fallito, ma per la patria della libertà d’informazione è uno shock culturale. Se qualcuno deve impossessarsi dei loro imperi mediatici, allora meglio si tratti di un aspirante monopolista alla Rupert Murdoch, con i suoi 175 giornali stampati in 40 milioni di copie la settimana in tutto il mondo e le sue reti esplicitamente neocons, da Fox News agli ormai quasi 150 milioni di abbonati alle piattaformesatellitari di Sky.
Evidentemente il problema è proprio la “prospettiva cinese”. Un piccolo esempio: come vedono i cinesi i compensi dei capi di stato. Si va dai 25.000 euro al mese per Obama, ai 24.000 per Cameron, ai 20.000 per la Merkel. Che sono comunque briciole rispetto a cosa gli aspetta una volta terminato il mandato. Prendete ad esempio Bill Clinton: nel mese successivo alla fine della sua seconda presidenza ha guadagnato più che nei precedenti 53 anni di vita.
Goldman Sachs lo ha remunerato con 650.000 dollari per quattro discorsi; Citigroup per una sola conferenza in Francia gli ha dato 250.000 dollari. Nell’ ultimo anno di presidenza la coppia Clinton aveva dichiarato 357.000 dollari, ma tra il 2001 e il 2007 i guadagni sono stati di 109 milioni. Tony blair invece per partecipare alle conferenze guadagna 7.300 euro al minuto, 16 milioni l’anno. Due interventi di mezz’ora ciascuno all’università di Manila gli hanno fruttato 440 mila euro. A quanto ammontase invece lo stipendio di Schroeder per dirigere il consorzio Nord Stream AG di Gazprom non è mai stato rivelato. Sappiamo invece a quanto ammonti lo stipendio di Hu Jintao, presidente della Repubblica Popolare Cinese: 274 euro al mese. Non mi sono scordato nessuno zero, ribadisco: 274 euro al mese. E senza possibilità di rifarsi a fine carriera: qualcuno ha più sentito parlare di Jiang Zemin da quando ha lasciato il suo posto?
E la cosa non riguarda solo i presidenti. Lou Jiwei è l’ex ministro delle finanze cinesi e dal 2006 è a capo di una holding pubblica che gestisce riserve valutarie per un’ammontare di circa 1000 miliardi di dollari. Stipendio: 800 euro. Lo stesso dicasi per i 400 top manager delle più grandi aziende di stato, che guadagnano in media 6.000 euro al mese, 18 volte lo stipendio medio di impiegati e operai di quelle stesse aziende. Per i 500 top manager delle maggiori aziende statunitense il rapporto è 1 a 300. Con la differenza che con la crisi in Cina la tassazione dei redditi più alti è stata alzata al 45%, tutti gli stipendi sono stati decurtati del 10%, è stato vietato l’acquisto di azioni (le famose stock options) ed è stato imposto che d’ora in avanti i redditi dei manager crescano più lentamente di quelli dei lavoratori. Nel frattempo il reddito minimo tassabile è raddoppiato, portando la popolazione “esentasse” al 40% del totale. Per questa e molte altre chicche che Murdoch non vi dirà mai, da ottobre, sintonizzatevi su CNC.
Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di visitare alcune città e realtà della Cina, nell’ambito di una delegazione invitata dal Partito comunista cinese, della quale facevano parte altresì esponenti dei partiti comunisti del Portogallo, della Grecia e della Francia e della Linke tedesca; per l’Italia, oltre al sottoscritto, hanno partecipato al viaggio Vladimiro Giacché e Francesco Maringiò. Il testo che segue non è un diario o una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate da un’esperienza straordinaria.
1. La prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori.
Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo.
Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato.
Non certo a Pechino, che affascina già con il suo aeroporto modernissimo e luccicante, e tanto meno a Qingdao, dove si sono svolte le regate delle Olimpiadi 2008 e che fa pensare ad una città occidentale di particolare bellezza ed eleganza e con un elevato tenore di vita. Il Terzo Mondo non l’abbiamo incontrato neppure allontanandoci di 1500 chilometri dalle regioni orientali e costiere, quelle più sviluppate, e atterrando a Chongqing, l’enorme megalopoli che complessivamente conta 32 milioni di abitanti e che sino a qualche anno fa sembrava inseguire faticosamente il miracolo economico. Non c’è dubbio che il Terzo Mondo ancora esiste nell’immenso paese asiatico, ma il mancato incontro con esso è il risultato non della volontà di nascondere i punti deboli della Cina di oggi, ma del fatto che l’impetuosa crescita economica ormai in corso da oltre tre decenni sta riducendo, assottigliando e spezzettando a ritmo accelerato l’area del sottosviluppo, che sfuma così in una lontananza sempre più remota.
In Occidente non mancheranno certo coloro che a questo punto storceranno la bocca: sviluppo, crescita, industrializzazione, urbanizzazione, miracolo economico di ampiezza e durata senza precedenti nella storia, che volgarità! Questo snobismo da gran signore sembra considerare irrilevante il fatto che centinaia di milioni di persone siano sfuggite ad un destino che le condannava alla denutrizione, alla fame e persino alla morte per inedia.
Quanti poi ritengono che lo sviluppo delle forze produttive sia solo una questione di benessere economico e di consumismo farebbero bene a rileggere (o a leggere) le pagine del Manifesto del partito comunista che mettono in evidenza l’idiotismo di una vita rurale circoscritta nella miseria anche culturale di confini ristretti e invalicabili. Visitando oggi le meraviglie della Città imperiale a Pechino e, a pochi chilometri di distanza, la Grande muraglia, ci si imbatte in un fenomeno assente non solo nel lontano 1973 ma anche nel 2000, negli anni cioè dei due miei precedenti viaggi in Cina. Ai giorni nostri balza subito agli occhi la presenza massiccia di visitatori cinesi: sono turisti dalle caratteristiche particolari; spesso vengono da un angolo remoto dell’immenso paese; forse è la prima volta che ne visitano la capitale; sul piano culturale cominciano ad appropriarsi in qualche modo della nazione di antichissima civiltà di cui fanno parte; cessano di essere dei semplici contadini legati alla zolla da essi coltivata come ad una prigione e diventano realmente cittadini di un paese sempre più aperto al mondo.
Ancora oltre l’orario previsto per la visita ai monumenti e ai musei, piazza Tienanmen continua a brulicare di gente: sono in molti ad attendere e ad osservare con orgoglio l’alzabandiera della Republica popolare cinese. No, non si tratta di sciovinismo: i cinesi amano farsi fotografare assieme ai visitatori occidentali (anche chi scrive ha ricevuto e accolto con piacere richieste del genere); è come se essi invitassero il resto del mondo a festeggiare il ritorno di un’antichissima civiltà a lungo oppressa e umiliata dall’imperialismo. Non c’è dubbio: il prodigioso sviluppo delle forze produttive non si è limitato a strappare dalla miseria e dagli stenti centinaia di milioni di uomini, ha assicurato loro dignità individuale e nazionale, ha consentito loro di allargare enormemente il proprio orizzonte guardando al grande paese di cui fanno parte e, al di là di esso, al mondo intero.
2. Ma lo sviluppo delle forze produttive non è sinonimo di degradazione e distruzione della natura? Siamo in presenza di una preoccupazione, anzi di una certezza spesso strombazzata in modo particolarmente stridente dalla sinistra occidentale. Affiora qui una strana visione della natura, che risulta malata se le piante intristiscono e rinseccano ma che, a quanto pare, è da considerare perfettamente sana, se a deperire e a morire in massa sono le donne e gli uomini. Un certo ecologismo finisce con lo scavare ancora di più il solco tra mondo umano e mondo naturale che pure dice di voler criticare. Ma concentriamoci pure sulla natura intesa in senso stretto. Qualche tempo fa uno storico assai famoso (Niall Ferguson) ha scritto un articolo, pubblicato anche sul «Corriere della Sera», che a partire dal titolo denunciava «la guerra della Cina alla natura». In realtà, già nel lungo tratto che dall’aeroporto di Pechino ci conduce alla Grande muraglia e nel lungo tratto che, seguendo un percorso diverso, dal centro della città ci riconduce all’aeroporto, notiamo una quantità impressionante di alberi chiaramente piantati di recente, nell’ambito di un progetto assai ambizioso di rimboschimento e di estensione della superficie forestale che investe l’intero paese. Qualche giorno prima della conclusione del nostro viaggio abbiamo la possibilità di visitare un’area ecologica di 10 chilometri quadrati collocata nelle vicinanze di Weifang, una città del Nord-Est in rapida espansione, impegnata nello sviluppo dell’alta tecnologia ma che al tempo stesso vuole distinguersi per la sua vivibilità.
L’area ecologica, il cui accesso è libero e gratuito per tutti e che può essere visitata solo a piedi o facendo ricorso a un minuscolo pulmino aperto e a trazione elettrica, è stata ricavata recuperando un territorio sino a qualche tempo fa fortemente degradato e che ora invece risplende nella sua incantevole bellezza e serenità. Lo sviluppo industriale e economico non è in contraddizione con la tutela dell’ambiente. Certo, l’equilibrio tra queste due esigenze risulta particolarmente difficile in un paese come la Cina, che deve nutrire un quinto della popolazione mondiale pur avendo a disposizione solo un settimo della superficie coltivabile: in questo quadro vanno collocati gli errori commessi e i danni gravi inferti all’ambiente negli anni in cui la priorità assoluta era costituita da un decollo economico chiamato a porre fine il più rapidamente possibile alla denutrizione e alla miseria di massa. Ma questa fase è per fortuna superata: ora è possibile promuovere un ecologismo che, assieme alla vita e alla salute delle piante e dei fiori, sappia garantire la vita e la salute delle donne e degli uomini.
3. Ho già detto della passione autocritica che sembra caratterizzare i comunisti cinesi.
Sono essi a insistere sull’intollerabilità in particolare del crescente divario tra città e campagna, tra zone costiere da un lato e il centro e l’Ovest del paese dall’altro. Tali fenomeni non sono la dimostrazione della deriva capitalistica della Cina? E’ una tesi che è largamente diffusa nella sinistra occidentale e che sembra trovare un’eco in alcuni membri della nostra delegazione multipartitica. Nel dibattito franco e vivace che si sviluppa intervengo con una puntualizzazione per così dire «filosofica». E’ possibile procedere a due confronti tra loro assai diversi. Possiamo paragonare il «socialismo di mercato» con il socialismo da noi auspicato, con il socialismo in qualche modo maturo, e quindi mettere in evidenza i limiti, le contraddizioni, le disarmonie, le diseguaglianze che caratterizzano il primo: sono gli stessi comunisti cinesi a insistere sul fatto che il paese da loro diretto è soltanto nello «stadio primario del socialismo», uno stadio destinato a durare sino alla metà di questo secolo, a conferma della lunghezza e complessità del processo di transizione chiamato a sfociare nell’edificazione di una nuova società. Ma non per questo è lecito confondere il «socialismo di mercato» con il capitalismo. A illustrazione della radicale differenza che sussiste tra i due possiamo far ricorso a una metafora. In Cina siamo in presenza di due treni che si allontanano dalla stazione chiamata «Sottosviluppo» per avanzare in direzione della stazione chiamata «Sviluppo». Sì, uno dei due treni è superveloce, l’altro è di velocità più ridotta: per questo la distanza tra i due aumenta progressivamente, ma non bisogna dimenticare che entrambi avanzano verso il medesimo traguardo e occorre altresì tener presente che non mancano certo gli sforzi per accrescere la velocità del treno relativamente meno veloce e che comunque, in seguito al processo di urbanizzazione, i passeggeri del treno superveloce diventano sempre più numerosi.
Nell’ambito del capitalismo, invece, i due treni in questione marciano in direzione contrapposta. L’ultima crisi ha messo sotto gli occhi di tutti un processo in atto da alcuni decenni: l’immiserimento delle masse popolari e lo smantellamento dello Stato sociale vanno di pari passo con la concentrazione della ricchezza sociale nelle mani di una ristretta oligarchia parissitaria.
4. E, tuttavia, tra i comunisti cinesi cresce l’insofferenza per il divario tra zone costiere e aree centro-occidentali, tra città e campagna e nell’ambito stesso della città. E’ un atteggiamento recepito con sorpresa e con compiacimento dall’intera delegazione dell’Europa occidentale. Questa insofferenza si avverte in modo acuto a Chongqing, la metropoli collocata a 1500 chilometri di distanza dalla costa.
La parola d’ordine (Go West!), che chiama a estendere al centro e all’Ovest dell’immenso paese il prodigioso sviluppo dell’Est, è stato lanciata già dieci anni fa. I primi risultati si vedono: ad esempio, il Tibet e la Mongolia interiore vantano negli ultimi anni un tasso di sviluppo superiore alla media nazionale. Non è il caso del Xinjiang dove nel 2009 (l’anno della crisi), rispetto a una media nazionale dell’8, 7%, il Pil è cresciuto «solo» dell’8, 1%. E proprio sul Xinjiang si è rovesciata nelle settimane e nei mesi scorsi una nuova ondata di finanziamenti e di incentivi. Ma ora, al di là delle regioni abitate da minoranze nazionali, alle quali il governo centrale riserva ovviamente un’attenzione particolare, si tratta di imprimere a livello generale un’accelerazione decisive e un significato nuovo e più radicale alla politica del Go West!
Divenuta una municipalità autonoma alle dirette dipendenze del governo centrale (in questa situazione si trovano anche Pechino, Shanghai e Tianjin) e potendo così usufruire di incentivi e sostegni di ogni genere, Chongqing aspira a divenire la nuova Shanghai, aspira cioè non solo a superare l’arretratezza ma a raggiungere il livello della Cina più avanzata e a costituire un punto di riferimento anche sul piano mondiale. La megalopolis collocata all’interno del grande paese asiatico si rivela ai nostri occhi come un enorme cantiere: fervono i lavori per il potenziamento delle infrastrutture, per la costruzione di fabbriche, di uffici, di civili abitazioni; balzano agli occhi le file di alberi piantati di recente e gelosamente custoditi, le siepi verdi che fiancheggiano e talvolta dividono anche strade e autostrade. Sì, perché al di là del miracolo economico Chongqing insegue un obiettivo ancora più ambizioso: intende proporsi all’interanazione come «nuovo modello» di sviluppo, regolando meglio e in modo più «armonico» I rapporti all’interno della città, tra città e campagna e tra uomo e natura. In quella che dovrebbe divenire la nuova Shanghai, costante è il riferimento a Mao Zedong, e non si tratta solo del doveroso omaggio al grande protagonista della lotta di liberazione nazionale del popolo cinese, al padre della patria che non a caso campeggia in piazza Tienanmen così come nelle banconote; si tratta di prendere sul serio il rinvio al «pensiero di Mao Zedong», sancito nello Statuto del Partito comunista cinese. A Chongqing si ha la netta impressione che siano già iniziati il dibattito e, presumibilmente, la lotta politica in preparazione del Congresso previsto tra due anni.
A questo punto, occorre subito sgomberare il campo da un possible equivoco: non è in discussione la politica di riforma e di apertura sancita oltre trent’anni fa dalla Terza sessione plenaria dell’XI Comitato centrale (18-22 dicembre 1978): nello Statuto del Pcc è sancito anche il rinvio alla «teoria di Deng Xiaoping» e all’«importante idea delle tre rappresentanze», anche se la categoria di «pensiero» vuole avere una rilevanza strategica maggiore della categoria di «teoria» (che fa riferimento a una congiuntura e sia pure a una congiuntura di lungo periodo) e della categoria di «idea» (la quale ultima, per «importante» che sia, sta a designare un contributo su un aspetto determinato). Soprattutto, nessuno vuole ritornare alla situazione in cui in Cina c’era più «eguaglianza» solo nel senso che i due treni della metafora da me più volte utilizzata erano entrambi fermi alla stazione «Sottosviluppo» o da essa si allontanavano con lentezza. No, ormai si può considerare definitivamente acquisita la consapevolezza per cui il socialismo non è la distribuzione eguale della miseria. Tanto più che tale «eguaglianza» è del tutto illusoria e anzi può rovesciarsi nel suo contrario. Allorché la miseria raggiunge un certo livello, essa può comportare il pericolo della morte per inedia. In tal caso, il pezzo di pane che garantisce ai più fortunati la sopravvivenza, per modesto e ridotto che esso sia, sancisce pur sempre una diseguaglianza assoluta, la diseguaglianza assoluta che sussiste tra la vita e la morte.
E’ quello che, prima dell’introduzione della politica di riforma e di apertura, si è verificato negli anni più tragici della Repubblica Popolare Cinese, in conseguenza sia del retaggio catastrofico consegnato dal saccheggio e dall’oppressione imperialista, sia dell’impietoso embargo imposto dall’Occidente, sia dei gravi errori commessi dalla nuova dirigenza politica. Resta ferma dunque la centralità del compito dello sviluppo delle forze produttive, ma tale centralità può essere interpretata in modo sensibilmente diverso…
5. A dirigere Chongqing è stato chiamato Bo Xilai, già brillante ministro del commercioestero. E’ una circostanza che ci consente di riflettere sul processo di formazione del gruppo dirigente in Cina. Un esponente del governo centrale, che nello svolgimento del suo compito, si è distinto e ha acquisito prestigio anche sul piano internazionale, è inviato in provincia per affrontare un compito di diversa natura e di proporzioni gigantesche.
Colpendo in modo capillare e radicale la corruzione, e proponendo nella teoria e nella pratica reale di governo un «nuovo modello», impegnato a bruciare le tappe nella liquidazione delle diseguaglianze divenute intollerabili e nella realizzazione della «societàarmoniosa», Bo Xilai ha suscitato un dibattito nazionale: è facile prevedere la sua presenza in posizione eminente nel gruppo dirigente che scaturirà dal XVIII Congresso del Pcc, anche se sarebbe un errore dare per scontato il risultato del dibattito (e della lotta politica) in corso. E così: a conclusione di un periodo di incertezze, conflitti e lacerazioni, alla prima generazione di rivoluzionari con al centro Mao Zedong ha fatto seguito la seconda generazione di rivoluzionari con al centro Deng Xiaoping. Hanno fatto poi seguito la terza e la quarta generazione di rivoluzionari con al centro rispettivamente Jiang Zemin e Hu Jintao. Dal prossimo Congresso del Partito scaturirà la quinta generazione di rivoluzionari. E’ un’impostazione data a suo tempo da Deng Xiaoping, che ha confermato così la sua lungimiranza e la sua lucidità nella costruzione del Partito e dello Stato: superati sono la personalizzazione del potere e il culto della personalità; si è posto fine all’occupazione vita natural durante delle cariche politiche; si è affermato un processo di formazione e selezione dei gruppi dirigenti che ha dato sinora ottimi risultati.
6. Ma sino a che punto si può considerare socialista il «socialismo di mercato» teorizzato e praticato dal Partito comunista cinese? Nella variegata delegazione che arriva dall’Occidente non mancano i dubbi, le perplessità, le critiche aperte. Si sviluppa un dibattito aperto e vivace, ancora una volta incoraggiato dai nostri interlocutori e ospiti. Non c’è dubbio che, con l’affermarsi della politica di riforma e di apertura, si è ristretta l’area dell’economia statale e si è allargata l’area dell’economia privata: siamo in presenza di un processo di restaurazione del capitalismo? I comunisti cinesi fanno notare che resta fermo il ruolo centrale e dirigente dello Stato (e del Partito comunista): è così?
Il panorama economico e sociale della Cina di oggi è caratterizzato dalla compresenza delle più diverse forme di proprietà: proprietà statale; proprietà pubblica (in questo caso il proprietario è costituto non dallo Stato centrale bensì, ad esempio, da una municipalità); società per azioni nell’ambito delle quali la proprietà statale o la proprietà pubblica detiene la maggioranza assoluta, ovvero la maggioranza relativa o una quota significativa del pacchetto azionario; proprietà cooperativa; proprietà privata. In tali condizioni, risulta ben difficile calcolare con precisione la percentuale dell’economia statale e pubblica. Di ritorno a casa, trovo un numero particolarmente interessante dell’«International Herald Tribune»: vi leggo un calcolo effettuato da un professore della prestigiosa università di Yale, per l’esattezza da Chen Zhiwu (dunque un americano di origine cinese, in condizioni forse privilegiate per orientarsi nella lettura dell’economia del grande paese asiatico), in base al quale «lo Stato controlla tre quarti della ricchezza della Cina» (7 luglio 2010, p. 18). A ciò bisogna aggiungere un dato generalmente trascurato: in Cina la proprietà del suolo è interamente nelle mani dello Stato; della terra da essi coltivata i contadini detengono l’usufrutto, che possono anche vendere, ma non la proprietà. Per quanto riguarda l’industria, altri calcoli attribuiscono un peso più ridotto allo Stato. In ogni caso, chi pensasse ad un processo graduale e irreversibile di ritiro dello Stato dall’economia sarebbe del tutto fuori strada. Su «Newsweek» del 12 luglio un articolo di Isaac Stone Fish richiama l’attenzione sulle «imprese di proprietà statale che dominano in modo crescente l’economia cinese». In ogni caso – ribadisce il settimanale statunitense – nello sviluppo dell’Ovest (che ormai si delinea in tutta la sua ampiezza e profondità) il ruolo dell’impresa privata sarà ben più ridotto di quello a suo tempo svolto nello sviluppo dell’Est.
I compagni cinesi ci fanno notare che, introducendo forti elementi di concorrenza, l’area economica privata ha contribuito in ultima analisi al rafforzamento dell’area statale e pubblica, che è stata costretta a scuotersi di dosso il burocratismo, il disimpegno, l’inefficienza, il clientelismo. In effetti, proprio grazie alle riforme di Deng Xiaoping, le aziende statali o controllate dallo Stato godono ai giorni nostri di una solidità e di una competitività internazionali senza precedenti nella storia del socialismo. E’ un punto che può essere chiarito a partire da un numero dell’«Economist» (10-16 luglio 2010) che acquisto e leggo nel confortevole aeroporto di Pechino, in attesa di ripartire per l’Italia: l’articolo di fondo sottolinea che quattro tra le più importanti dieci banche mondiali sono ora cinesi. Esse, al contrario delle banche occidentali, sono in ottima salute, «guadagnano soldi», ma «lo Stato detiene il pacchetto di maggioranza e il Partito comunista nomina I massimi dirigenti, la cui retribuzione è una frazione di quella dei loro omologhi occidentali». Per di più, questi dirigenti «devono rispondere a un’autorità superiore a quella della borsa», e cioè alle autorità di uno Stato diretto dal Partito comunista. Il prestigioso settimanale finanziario inglese non riesce a capacitarsi di queste novità inaudite; spera e scommette che le cose cambieranno in futuro. Resta per ora un fatto che è sotto gli occhi di tutti: l’economia statale e pubblica non è sinonimo di inefficienza, come pretendono i paladini del neoliberismo, né le banche devono pagare i loro dirigenti come nababbi per essere competitive sul mercato interno e internazionale.
7. E’ probabile che l’area economica privata soddisfi ulteriori esigenze. Intanto essa rende più agevole l’introduzione della tecnologia più avanzata dei paesi capitalistici: non dimentichiamo che su questo punto gli Usa cercano ancora di imporre un embargo ai danni della Cina. Ma c’è un altro punto, di cui mi rendo conto visitando l’avanzatissimo parco industriale di Weifang. In alcuni casi a fondare le aziende private sono stati cinesi d’oltremare: hanno studiato all’estero (soprattutto negli Usa), conseguendo altissimi risultati e accumulando talvolta un certo capitale. Ora ritornano in patria, con una decisione che suscita sgomento nei paesi in cui si erano stabiliti: com’è possibile che intellettuali di primissimo piano abbandonino la «democrazia» per ritornare alla «dittatura»? Oltre che dal richiamo patriottico, che li invita a partecipare allo sforzo corale di tutto un popolo perché la Cina raggiunga i livelli più avanzati di sviluppo, di tecnologia e di civiltà, questi cinesi d’oltremare sono attratti anche dalla prospettiva di far valere il loro talento e la loro esperienza nelle Università come anche nelle aziende private ad alta tecnologia che essi aprono. In altre parole, siamo in presenza della continuazione della politica di fronte unito teorizzata e praticata da Mao non solo nel corso della lotta rivoluzionaria ma anche per diversi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.
Ma entriamo finalmente in queste aziende di proprietà privata. Con o senza cinesi d’oltremare, esse ci riservano grandi sorprese. A venirci incontro sono in primo luogo membri del Comitato di Partito, le cui foto sono bene in evidenza nei diversi reparti. Dal loro racconto emergono quasi casualmente i condizionamenti che pesano sulla proprietà.
Essa è stimolata o pressata a reinvestire una parte consistente dei profitti (talvolta sino al 40%) nello sviluppo tecnologico dell’impresa; un’altra parte dei profitti, la cui percentuale è difficile da calcolare, è utilizzata per interventi di carattere sociale (ad esempio la costruzione di scuole professionali successivamente donate allo Stato o a una municipalità, ovvero il soccorso alle vittime di una catastrofe naturale). Se si tiene presente che queste aziende private dipendono largamente dal credito erogato da un sistema bancario controllato dallo Stato e se si riflette altresì sulla presenza al loro interno di Partito e sindacato, una conclusione s’impone: nelle stesse aziende private il potere della proprietà privata è bilanciato e limitato da una sorta di contropotere.
Ma qual è il ruolo svolto dal Partito e dal sindacato? Le risposte che riceviamo non soddisfano tutti i membri della nostra delegazione. Alcuni, riecheggiando una tendenza assai diffusa nella sinistra occidentale, concentrano la loro attenzione esclusivamente sul livello dei salari. Gli interlocutori cinesi, invece, fanno capire che, al di là del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, essi si preoccupano del contributo che le loro aziende possono fornire allo sviluppo dell’economia e della tecnologia dell’intera nazione. Da questo scambio di idee vediamo riemergere la contrapposizione tra le due figure su cui insiste il Che fare? di Lenin. L’esponente della sinistra occidentale, che chiama gli operai cinesi a respingere ogni compromesso col potere statale nella loro lotta per più alti salari, crede di essere radicale e persino rivoluzionario. In realtà, egli si colloca sulla scia del riformista o, peggio, del corporativo «segretario di una qualunque tradeunion» al quale Lenin rimprovera di perdere di vista la lotta di emancipazione nei suoi diversi aspetti nazionali e internazionali, divenendo così talvolta il puntello di «una nazione che sfrutta tutto il mondo» (a quei tempi l’Inghilterra). Ben diversamente si atteggia il rivoluzionario «tribuno popolare». Certo, rispetto al 1902 (l’anno di pubblicazione del Che fare?), la situazione è radicalmente cambiata. Nel frattempo in Cina il «tribuno popolare» può contare sul sostegno del potere politico; resta il fatto che, per essere rivoluzionario, egli, facendo tesoro dell’insegnamento di Lenin, deve saper guardare l’insieme dei rapporti politici e sociali a livello nazionale e a livello internazionale. Un consistente aumento dei salari si impone ed è già in atto, favorito o promosso dallo stesso potere centrale (come riconosce la grande stampa internazionale) ma esso, al di là del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, mira ad accrescere il contenuto tecnologico dei prodotti industriali e quindi a consolidare l’economia cinese nel suo complesso, rendendola altresì meno dipendente dalle esportazioni. Le (giuste) rivendicazioni salariali immediate non devono compromettere il conseguimento dell’obiettivo strategico del rafforzamento di un paese che sempre più, già col suo sviluppo economico, imbriglia I piani dell’imperialismo ovvero dell’«egemonismo», come più diplomaticamente preferiscono dire gli interlocutori cinesi.
8. Infine, l’ultima pietra dello scandalo: da qualche anno, in omaggio all’«importante idea delle tre rappresentanze», anche gli imprenditori sono ammessi nelle file del Partito comunista cinese. E di nuovo emergono le preoccupazioni e le angosce di alcuni membri della delegazione europea: è in atto l’imborghesimento del Partito che dovrebbe garantire il senso di marcia socialista dell’economia di mercato? In via preliminare gli interlocutori cinesi fanno notare che il numero degli imprenditori ammessi nelle file del Partito (a conclusione di un processo rigoroso di verifica e selezione) è del tutto insignificante se messo a confronto con una massa di militanti che ammonta a poco meno di 80 milioni; in altre parole, si tratta di una presenza simbolica. Ma tale spiegazione è insufficiente.
Abbiamo visto che alcuni di questi imprenditori svolgono una funzione nazionale: in alcuni settori dell’economia hanno cancellato o ridotto la dipendenza tecnologica della Cina dall’estero; talvolta, non solo sul piano oggettivo ma in modo consapevole qualcuno tra di loro si è collocato in prima fila nella lotta ingaggiata dal Partito comunista già nel 1949, la lotta per dare scacco all’imperialismo passando dalla conquista dell’indipendenza sul piano politico alla conquista dell’indipendenza anche sul piano economico e tecnologico.
In un mondo sempre più caratterizzato dalla knowledge economy, cioè da un’economia basata sulla conoscenza, può accadere che lo stakhanovista eroe del lavoro dell’Urss di Stalin assuma le sembianze del tutto nuove di un tecnico superspecializzato che, aprendo un’azienda ad alto valore tecnologico, fornisce un importante contributo alla difesa e al rafforzamento della patria socialista.
Si può fare un’ulteriore considerazione. Sull’onda del «socialismo di mercato» si è venuto a costituire un nuovo strato borghese in rapida espansione. La cooptazione di alcuni suoi membri nell’ambito del Partito comunista comporta una decapitazione politica di questo nuovo strato, allo stesso modo in cui in una società borghese la cooptazione da parte della classe dominante di alcuni personalità di estrazione operaia o popolare stimola la decapitazione politica delle classi subalterne.
9. E’ venuto il momento di trarre le conclusioni. Nel mio inglese claudicante le espongo in occasione di alcuni banchetti e, soprattutto, della cena che precede il viaggio di ritorno e che vede la presenza fra gli altri di Huang Huaguang, Direttore generale dell’Ufficio per l’Europa occidentale del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Pcc. Tutti I partecipanti al viaggio sono chiamati a esprimersi con grande franchezza. Nei miei interventi cerco di interloquire anche con gli altri membri della delegazione dell’Europa occidentale e forse soprattutto con loro.
Allorché dichiarano di trovarsi solo allo stadio primario del socialismo e prevedono che questo stadio duri sino alla metà del XXI secolo, i comunisti cinesi riconoscono indirettamente il peso che i rapporti capitalistici continuano a esercitare nel loro immenso e variegato paese. D’altro canto, è sotto gli occhi di tutti il monopolio del potere politico detenuto dal Partito comunista (e dagli 8 Partiti minori che riconoscono la sua direzione).
All’osservatore attento non dovrebbe neppure sfuggire il fatto che, collocate come sono in una posizione di subalternità sul piano economico, politico e sociale, le stesse aziende private, più che la logica del massimo profitto, sono stimolate, spinte e pressate a rispettare una logica diversa e superiore: quella dello sviluppo sempre più generalizzato e sempre più capillarmente diffuso dell’economia nonché del potenziamento della tecnologia nazionale. In ultima analisi, attraverso una serie di mediazioni, le stesse aziende private risultano assoggettate o subordinate al «socialismo di mercato». E, dunque, le prediche moraleggianti che una certa sinistra occidentale non si stanca di fare al Partito comunista cinese sono per un verso ridondanti e superflue, per un altro verso infondate e inconsistenti.
Ovviamente, è del tutto legittimo formulare dubbi e critiche sul «socialismo di mercato».
Ma almeno su un punto ritengo che a sinistra dovrebbe essere possibile pervenire a un consenso. La politica di riforma e di apertura introdotta da Deng Xiaoping non ha significato affatto l’omologazione della Cina all’Occidente capitalistico come se tutto il mondo fosse ormai caratterizzato da una calma piatta. In realtà, proprio a partire dal 1979 si è sviluppata una lotta che è sfuggita agli osservatori più superficiali ma la cui importanza si manifesta con sempre maggiore evidenza. Gli Usa e i loro alleati speravano di ribadire una divisione internazionale del lavoro, in base alla quale la Cina avrebbe dovuto limitarsi alla produzione, a basso prezzo, di merci prive di reale contenuto tecnologico. In alter parole speravano di conservare e accentuare il monopolio occidentale della tecnologia: su questo piano la Cina, come tutto il Terzo Mondo, avrebbe dovuto continuare a subire un rapporto di dipendenza rispetto alla metropoli capitalistica. Ben si comprende che I comunisti cinesi abbiano interpretato e vissuto la lotta per far fallire tale progetto neocolonialista come la continuazione della lotta di liberazione nazionale: non c’è reale indipendenza politica senza indipendenza economica; almeno coloro che si richiamano al marxismo dovrebbero aver chiara tale verità! Grazie all’agognato mantenimento del monopolio della tecnologia, gli Usa e i loro alleati intendevano continuare a dettare i
termini delle relazioni internazionali. Col suo straordinario sviluppo economico e tecnologico, la Cina ha aperto la strada alla democratizzazione dei rapporti internazionali. Di questo risultato dovrebbero essere lieti non solo i comunisti ma anche ogni autentico democratico: ci sono ora condizioni migliori per l’emancipazione politica e economica del Terzo Mondo.
A questo punto conviene sgomberare il campo da un equivoco che rende difficile la comunicazione tra Pcc e sinistra occidentale nel suo complesso. Sia pure tra oscillazioni e contraddizioni di vario genere, sin dalla sua fondazione la Repubblica Popolare Cinese si è impegnata a lottare contro non una ma due diseguaglianze, l’una di carattere interno, l’altra di carattere internazionale. Nell’argomentare la necessità della politica di riforma e di apertura da lui auspicata, in una conversazione del 10 ottobre 1978, Deng Xiaoping richiamava l’attenzione sul fatto che si stava allargando il «gap» tecnologico rispetto ai paesi più avanzati. Questi si stavano sviluppando «con una velocità tremenda», mentre la Cina rischiava di restare sempre più indietro (Selected Works, vol. 3, p. 143). Ma se avesse mancato l’appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, essa si sarebbe venuta a trovare in una situazione di debolezza simile a quella che l’aveva consegnata inerme alle guerre dell’oppio e all’aggressione dell’imperialismo. Se avesse mancato questo appuntamento, oltre che a se stessa, la Cina avrebbe arrecato un danno enorme alla causa dell’emancipazione del Terzo mondo nel suo complesso. E’ da aggiungere che, proprio per il fatto che ha saputo ridurre drasticamnente la diseguaglianza (economica e tecnologica) sul piano internazionale, la Cina è oggi in condizioni migliori, grazie alle risorse economiche e tecnologiche nel frattempo accumulate, per affrontare il problema della lotta contro la diseguaglianze sul piano interno.
Il «secolo delle umiliazioni» della Cina (il periodo che va dal 1840 al 1949, e cioè dalla prima guerra dell’oppio alla conquista del potere da parte del Pcc) ha coinciso storicamente col secolo di più profonda depravazione morale dell’Occidente: guerre dell’oppio con lo scempio inflitto a Pechino al Palazzo d’Estate e con la distruzione e il saccheggio delle opere d’arte in esso contenute, espansionismo coloniale e ricorso a pratiche schiavistiche o genocide a danno delle «razze inferiori», guerre imperialiste, fascismo e nazismo, con la barbarie capitalista, colonialista e razzista che raggiunge il suo apice. Dal modo in cui l’Occidente saprà guardare alla rinascita e al ritorno della Cina, si potrà valutare se esso è deciso a fare realmente i conti col secolo della sua più profonda depravazione morale. Che almeno la sinistra sappia farsi interprete della cultura più avanzata e più progressista dell’Occidente!
di Vladimiro Giacchè su Il Fatto quotidiano del 17/08/2010
Sino a non molto tempo fa un viaggio in Cina era l’occasione per misurare le molte distanze tra “noi” e “loro”. Oggi se ne misura soprattutto un’altra: quella tra l’immagine della Cina offerta dai nostri media e la realtà di quel Paese.
La Cina che ho incontrato a luglio in un viaggio che ha toccato Pechino e diverse altre città, nel corso del quale ho potuto visitare numerose imprese e impianti industriali e discutere (molto apertamente) con esponenti del mondo della politica e dell’economia, è molto distante da quell’immagine. Soprattutto dal punto di vista economico.
LA COMPETIZIONE NON È PIÙ SUL COSTO
Cominciamo dalla competitività delle imprese cinesi. Noi continuiamo a pensare che sia basata esclusivamente sul bassissimo costo del lavoro. È senz’altro vero che la Cina, con una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone, ha potuto giovarsi per anni di abbondante manodopera a basso costo. È stato questo che ha attratto le 690 mila imprese straniere (400 le grandi multinazionali) che oggi hanno uffici e soprattutto fabbriche in Cina. In questi anni la crescita dell’economia è stata spettacolare. Ma lo è stata anche quella del reddito disponibile per la popolazione: nel 2009 è stato più che doppio nelle città rispetto a quello del 2002, e nelle campagne i poveri sono scesi dai 250 milioni del 1978 ai 20 milioni attuali. Inoltre quest’anno scioperi e proteste hanno investito molte fabbriche. E sono stati coronati da successo: alla Foxconn, gli aumenti salariali sono stati del 40%, cifre non molto inferiori sono state ottenute alla Honda e alla Omron.
La stampa ufficiale (il “Quotidiano del popolo” e il “China Daily”) ha preso apertamente posizione per gli scioperanti, e lo stesso hanno fatto diversi esponenti del partito comunista. La cosa non sorprende. Questi aumenti infatti non rispondono soltanto ad ovvie logiche di equità: sono funzionali alla creazione di un mercato interno. Puntare sul suo sviluppo è fondamentale per ridurre la dipendenza dell’economia cinese dalle esportazioni, ed è un obiettivo esplicito del governo. Non è un caso che negli ultimi mesi siano state più volte rilanciate dalla stampa ipotesi di un progetto governativo per un raddoppio delle retribuzioni in 5 anni.
Yao Jian, portavoce del Ministero del commercio, già adesso non ha dubbi: “la forza lavoro a buon mercato non è più il maggiore vantaggio comparato della Cina per attrarre gli investimenti stranieri”. Dopo aver visto come funzionano alcune aree di attrazione di quegli investimenti, penso che abbia ragione.
Beibei, per esempio, è uno dei nove distretti della municipalità di Chongqing (33 milioni di abitanti), e si trova nella parte centro-occidentale della Cina, tuttora in ritardo di sviluppo rispetto all’est e alla zona costiera. I potenziali investitori ricevono un volume con dettagliate informazioni sul distretto, i suoi istituti universitari, le tipologie di imprese già presenti negli 8 parchi industriali dell’area (oltre 2000, 345 delle quali di grandi dimensioni), le infrastrutture attuali e quelle che si stanno costruendo, i prezzi dei vari fattori di produzione (costo medio dei salari, ma anche prezzo di acqua, elettricità, gas) e le agevolazioni previste per chi investe. Nell’area è presente letteralmente di tutto: da grandi estensioni di terreno dedicate all’agricoltura biologica a un centro di acquacoltura gestito da una cooperativa agricola di produzione e vendita; da industrie farmaceutiche a fabbriche di motori e automobili.
L’OSSESSIONE PER L’ENERGIA VERDE
Ho visitato la fabbrica di automobili Lifan. Privata, fondata nel 1992 con 9 dipendenti e un investimento di appena 200.000 renminbi (1 euro è pari a circa 8 rmb), oggi impiega 13.200 persone e costruisce auto, motori, motociclette, fuoristrada e autocarri. Nel 2009 il fatturato è stato di 13,3 miliardi di rmb, con profitti pari al 10% del fatturato. I suoi prodotti sono esportati in 160 nazioni, e quest’anno nel suo settore la Lifan è stata seconda solo a Chery quanto ad esportazioni. Lifan ha già anche numerose fabbriche all’estero: in Vietnam, Thailandia, Turchia, Russia, Egitto ed Etiopia. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono pari al 4% del fatturato e in questi anni hanno consentito alla società di registrare qualcosa come 4448 brevetti. L’impianto di assemblaggio non ha nulla da invidiare a quelli occidentali, tanto in termini di macchinari utilizzati quanto di condizioni di lavoro.
Stessa musica a migliaia di chilometri di distanza, nella zona di sviluppo per industrie hi-tech di Weifang, nella penisola di Shandong: anche in quest’area di 39 kmq specializzata in elettronica, software e servizi avanzati, dove sono già insediate 130 imprese, ho trovato industrie di avanguardia.
La Goer-Tek produce componentistica audio per imprese quali Nokia, Samsung, LG, Panasonic, Harman. Fondata nel 2001, fatturato e profitti sono decuplicati dal 2005 al 2008. In questo caso l’utile netto è superiore al 10% del fatturato. Ha numerosi centri di ricerca e sviluppo, e quest’anno stima di riuscire a registrare 200 nuovi brevetti. La AOD (Advanced Optronic Devices) è invece specializzata in sistemi di illuminazione avanzata. Il Vicepresidente e Chief Operating Officer, Keen Chen, mi spiega che la società è stata fondata nel 2004 da un cinese residente all’estero, grazie alle particolari agevolazioni statali previste per il rientro degli espatriati. Oggi l’organico è di 600 persone. Le lampade a led prodotte da AOD consentono un risparmio di energia sino al 70% e durano cinquanta volte di più di una lampada normale (e 10 volte di più delle usuali lampade a basso consumo). L’illuminazione stradale che mi aveva colpito al mio arrivo a Weifang è tutta a led ed è il risultato delle lampade di AOD. È facile immaginare cosa questo significhi in termini di risparmio energetico per una città di 8 milioni e 700 mila abitanti.
L’attenzione a produzioni eco-compatibili accomuna le imprese del parco tecnologico di Weifang. Nella direzione generale della Weichai Power, società che costruisce motori diesel per automezzi, navi e generatori di energia (ma anche autocarri e componentistica per auto), ad esempio, un’intera sala è dedicata al motore “verde” a basse emissioni messo in produzione nel 2005. La Weichai Power è una società a prevalente partecipazione pubblica: quotata alle borse di Hong Kong e di Shanghai, ha lo Stato come primo azionista, con il 14% delle azioni. Esporta in Europa dagli anni Ottanta e nel 2009 ha acquisito una società francese, la Moteurs Baudouin. L’utile netto atteso per il 2010 dovrebbe superare il 12% dei ricavi (15 miliardi di rmb).
È invece privato il capitale della Byvin, un’impresa che costruisce biciclette, motocicli e auto con motore elettrico. Queste produzioni non sono un’eccezione. La Chery, il maggiore produttore cinese di automobili, sviluppa automezzi ibridi dal 2001, e dal 2009 ha prodotto la sua prima macchina completamente elettrica. Lo stesso ha fatto la Byd (che ha Warren Buffett tra i suoi azionisti).
Sempre nello Shandong, a Qingdao, si trovano la direzione generale e gli stabilimenti di Haier. Si tratta di una grande multinazionale cinese, quotata a Hong Kong ma tuttora di proprietà pubblica. Fondata nel 1984, ha cominciato ad internazionalizzarsi nel 1998. Oggi ha 29 impianti industriali nel mondo, di cui 24 all’estero, anche se i tre quarti del fatturato provengono dalla Cina. Nel 2009 è risultata prima al mondo nella vendita di elettrodomestici bianchi (frigoriferi e lavatrici), con una quota del 5,1% del mercato mondiale, battendo la Whirlpool. Han Zhendong, membro del consiglio di sorveglianza, mi spiega che Haier ha raggiunto una quota di mercato del 10% nelle vendite di frigoriferi in Francia, ma – cosa molto più importante – nel 2009 ha accresciuto del 50% la quota di mercato dei propri prodotti di punta in Cina, grazie a 100.000 (!) punti vendita nelle campagne. Ha otto centri di ricerca e sviluppo tecnologico. Per la sua attenzione ai problemi ambientali ha ricevuto già nel 2000 il “Global Climate Award”dal programma UNDP dell’Onu. Produce tra l’altro lavatrici a basso consumo di acqua e di energia, pannelli solari per riscaldamento e condizionatori d’aria a energia solare.
OBIETTIVO: ATTIRARE CAPITALI ESTERI
Una prima conclusione: in Cina, a differenza di quanto siamo portati a credere, l’emergenza ambientale è presa molto sul serio. E non soltanto da parte delle imprese più avanzate. Anche la skyline di diverse città cinesi lo conferma. Dal treno ad alta velocità che mi riportava da Weifang a Pechino ho notato che praticamente tutte le case della città di Dezhou avevano il tetto coperto di pannelli solari: e in effetti il 95% delle abitazioni di quella città è dotato di scaldabagni ad alimentazione solare. Il produttore di pannelli è una società locale, la Himin Solar Energy. La superficie della sua produzione ha già superato i 2 milioni di mq di pannelli, ossia il totale dei pannelli solari in uso nell’intera Unione Europea.
Anche le multinazionali che operano in Cina sono state chiamate a fare la loro parte. Il 13 aprile scorso il governo ha pubblicato le “Opinioni su come continuare a fare un buon lavoro nell’utilizzo degli investimenti esteri”. Il titolo del documento, come spesso accade in Cina, è piuttosto generico e indiretto: ma vi si delinea una vera e propria nuova politica nei confronti degli investimenti esteri in Cina. Si intende incoraggiare gli investitori stranieri ad investire in produzioni manifatturiere di qualità, nei servizi, nell’energie alternative e nella protezione ambientale, e al contempo esercitare serie restrizioni sulle produzioni che comportano “inquinamento elevato, alto consumo di energia e elevata dipendenza dalle risorse naturali”.
Siamo insomma di fronte ad una complessiva strategia nei confronti del problema ambientale. Che può essere riassunta in uno slogan: trasformare il problema in opportunità. Si vuole fare della questione ambientale una leva per accelerare il progresso tecnologico, creare occupazione e accrescere la competitività. Per questo una parte non piccola dello stimolo economico messo in campo tra 2008 e 2009 contro la crisi è stata destinata a progetti ambientali, e adesso l’Amministrazione Nazionale dell’Energia ha fissato un piano di investimento nelle energie alternative per 5.000 miliardi di rmb tra il 2011 e il 2020. Si tratta di una cifra enorme, che consentirà di dotare la Cina, ed in particolare le sue aree di nuova industrializzazione, di tecnologie e infrastrutture di avanguardia a livello mondiale. In questo campo, del resto, la Cina vanta già dei primati: i 6.920 km di linee ferroviarie ad alta velocità, ad esempio, sono già superiori a quelli di ogni altro Stato del mondo, ma li si vuole raddoppiare entro il 2012 con un investimento di 800 miliardi di rmb; i treni sono già i più veloci del mondo (350 km/h), ma nei prossimi anni la velocità massima sarà portata a 380 km/h.
L’OPPORTUNITÀ DELLA CRISI
Sul volo che mi riporta in un aeroporto del terzo mondo (Fiumicino) provo a tirare le somme di quello che ho visto. Crescente utilizzo di alta tecnologia a basso impatto ambientale, competitività sempre più basata sulla elevata produttività del lavoro anziché sul basso costo della forza-lavoro, manodopera qualificata, aumenti salariali al fine di creare un grande mercato interno, efficienza delle infrastrutture fisiche e amministrative (come lo sportello unico per le imprese che ho visto nel Comune di Qingdao: un solo interlocutore e 8 giorni per avviare un’impresa). In una parola: il contrario di quanto sta accadendo da noi. La Cina ha trasformato la crisi mondiale in opportunità per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e puntare sulla crescita accelerata del mercato interno, così come sta rovesciando il problema ambientale in opportunità per conquistare un primato tecnologico.
Conclusione: la nostra immagine di una Cina che vince grazie al basso costo del lavoro e all’uso irresponsabile delle risorse naturali non è soltanto sbagliata, ma pericolosa. Perché ci impedisce di capire su quali nuovi terreni si gioca oggi la competizione globale.
Molte imprese tedesche hanno capito la situazione e stanno riemergendo dalla crisi proprio grazie alle esportazioni in Cina. Da noi, invece, c’è ancora qualcuno che pensa di recuperare competitività abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, anziché aumentando gli investimenti in ricerca. O producendo automobili in Serbia (a spese della Bers e del governo di Belgrado) per venderle in Italia. Tanti auguri.
di Aldo Zanchetta, www.rifondazionepisa.it
La notizia, non smentita, della cena tenuta alla Townhouse, una sala riservata di uno dei più noti ristoranti di New York, sulla 63ª strada di Manhattan, è stata data non da Il Manifesto o da Il Vernacoliere ma dal Wall Steet Journal.
Indovina chi c’era. Gorge Soros, John Paulson e Steve Cohen, rappresentanti dei tre più famosi hedge funds e vari altri signori della finanza internazionale.
Uno di quegli incontri definiti elegantemente “idea dinner”, nei quali i più ricchi del pianeta scambiano idee e stendono strategie per arricchirsi un pò di più.
Di che hanno parlato? Le stesse fonti informano che le proposte sul tappeto, vagliate una ad una, erano ben 23. In particolare ci si è concentrati sull’attacco speculativo all’Euro: da dove cominciare e come proseguirlo. Dove iniziarlo? Dalla Grecia, l’anello più debole attualmente. Come proseguirlo? Colpendo altri anelli deboli: Portogallo, Spagna, forse Italia. Per ciascuno di questi paesi si sono valutate le varie strategie, con i loro pro e contro.
Poi l’attacco è partito e vi stiamo assistendo in questi giorni. Riuscirà? Proseguirà in altre direzioni? Certo è che di tanto in tanto questi signori ci provano, e spesso riescono, come con la sterlina e la lira all’epoca di Amato e Ciampi.
Intanto i giornali e i vari “esperti” hanno dimenticato l’episodio della cena, pubblicato, ripetiamo per i distratti, dal Wall Street Journal e mai smentito, e hanno intonato la solita nenia: irresponsabilità di un governo e di un paese cicala, senza ben precisare che l’indebitamento fuori misura è stato opera del governo conservatore che ha lasciato la patata bollente al nuovo governo “di sinistra” (si fa per distinguere o per dire), con la collaborazione della ora chiacchierata Goldman Sachs o delle banche tedesche, oggi esposte per il 40% del debito estero greco, dopo avere nel frattempo ampiamente lucrato sui prestiti.
Anche questo “salmo”, intonato dai politici al capezzale del paziente, è terminato col solito “gloria”: una bella tirata di cinghia per il solito “Pantalone”, cioè il cittadino greco, che però non sembra disposto a farlo senza contorcersi.
Esistono però delle reali alternative? Anch’io ne ho parlato a cena. Non con Soros, certo. Più semplicemente con Eric Toussaint, presidente del CADTM, il Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo (www.cadtm.org, in tre lingue), in “ritiro” a Gragnano per finire di scrivere un libro sui tre paesi dell’America latina “critici” per le speranze suscitate: Venezuela, Ecuador, Bolivia, di cui stasera avrò l’anteprima.
Eric Toussaint è uomo squadrato come un armadio, di vasta esperienza internazionale, poco incline ad accodarsi ai salmi corali. Mi ricorda così di essere stato, appena due anni fa, membro del CAIC, la Commissione Presidenziale per l’Audit Integrale sul Debito dell’Ecuador, voluta dal Presidente Correa dopo la sua elezione. Al termine dell’ “audit”, circa un terzo del debito ecuadoriano è risultato “illegittimo” e in parte inesistente. Vi sorprenderete? Avete letto le “Confessioni di un sicario dell’economia” di John Perkins? Assolutamente vero, mi dice. O il più recente “Il club Bilderberg” di Daniel Estulin?.
Non pensate ad esempio possibile che una grande banca internazionale, magari “istituzionale”, possa decidere un prestito a un paese in difficoltà con un governo non proprio limpido, che questo prestito non venga di fatto mai erogato ma per “errore” venga iscritto nel debito del paese? E debba poi essere restituito? Certo, sto parlando di un caso estremo.
Così, grazie al lavoro del CAIC, l’Ecuador ha potuto denunciare come illegittimo un terzo del suo debito, rifiutandosi di pagarlo. E per ora nessuno ha dichiarato guerra all’Ecuador.
Ah, dimenticavo, un bel pezzo di questo debito illegittimo porta la targa “Italia”. Ora, secondo Toussaint, il governo greco, di sinistra, che si è trovato addossato un debito finora nascosto e contratto da un governo di destra (che fanno i megafunzionari che a Bruxelles vegliano sulla buona salute della moneta europea?) farebbe bene a dare un’occhiata attenta a questi 300 miliardi di euro di “debito sovrano” ereditato in circostanze non chiare. E’ una cosa che ha suggerito ma su cui per ora non ha avuto risposta.
E poi: perché il governo greco per salvarsi deve indebitarsi con prestiti aventi tassi del 6% e oltre, mentre la Banca Europea concede prestiti con tasso dell’1% per salvare le banche che hanno creato il casino della crisi, e che ormai è noto, usano questi aiuti per ricominciare a concedere prestiti esosi, magari allo stesso governo greco. E’ tutta qui la solidarietà della Banca centrale Europea verso un paese “fratello” (o quanto meno “confratello”) in difficoltà?
I misteri (?) dell’economia e della politica.
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