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FILIERA CORTI

Con Andrea Corti, un giorno di (stra)ordinaria militanza

A vederlo, con la sua aria compassata, non lo diresti mai. Ma stare dietro ad Andrea Corti per un’intera giornata, adesso che la campagna elettorale è entrata nel vivo, è una missione impossibile.

“La nostra provincia è enorme, sterminata. E io voglio percorrerla tutta, in lungo e in largo. Raggiungere gli angoli più remoti, dove le persone si sentono abbandonate dalle istituzioni”.

E se pensate al solito pellegrinaggio presenzialista, siete fuori strada. Andrea si muove in punta dei piedi: più che a farsi vedere, pensa ad ascoltare.

“Dobbiamo ripartire da qui – dice Andrea – dai bisogni concreti della gente, in particolare del lavoro. Questa crisi ha sconvolto e sta sconvolgendo la vita di migliaia di persone. La nostra analisi è chiara, questa non è una crisi solo finanziaria. E’ la crisi di un modello di sviluppo che partendo dalla precarizzazione del lavoro ha ridotto all’osso il potere d’acquisto dei lavoratori. La finanza è arrivata dopo, quando si è cominciato a prestare soldi in grande quantità per permettere ai lavoratori di consumare più di quanto il loro salario striminzito gli avrebbe permesso. Ma tradurre questa analisi in politiche concrete sul territorio non è una passeggiata. Senza il contatto diretto con chi questa crisi la sta pagando sulla sua pelle, la nostra teoria rimane un’arma spuntata”.

Comunista, orgoglioso di esserlo, Andrea sa bene che l’identità e la teoria non sono feticci, ma strumenti per comprendere le cose.

“Chi non li ha semplicemente rinuncia a capire, e diventa un megafono degli interessi del più forte. La deriva del partito democratico e dei suoi alleati è anche questo: la rinuncia da parte di chi dovrebbe rappresentare il mondo del lavoro di vedere le cose con i suoi occhi, con una sua teoria, distinta e autonoma rispetto a quella dei padroni, quella del capitale”.

Un’inseguimento ininterrotto sul terreno del nemico che ha raggiunto livelli inquietanti. Come per il caso della presentazione del libro Gli Orfani di Salò. Siamo a luglio del 2008, da 14 mesi Andrea ricopre il ruolo di assessore all’ambiente nel comune di San Giuliano, quando al presidente del consiglio comunale viene la brillante idea di concedere la sala del consiglio (dedicata al partigiano comunista Uliano Martini) per la presentazione del libro di Antonio Carioti. Un libro dove potete leggere rare perle di saggezza, a partire dalla copertina: “Mussolini era morto, la nostra repubblica era finita nel sangue, ma noi eravamo ancora vivi. E avevamo vent’anni. Con la vita davanti per dimostrare a noi stessi e agli altri di che pasta fossimo fatti”. Un altro tassello nel lungo percorso di delegittimazione della resistenza e di equiparazione tra repubblichini e partigiani. Per Andrea è veramente troppo: rassegna le sue dimissioni e pone fine così alla sua breve carriera istituzionale.

“Una forza politica responsabile non puo’ sottrarsi a priori alle responsabilità di governo. Ma il governo, le istituzioni, sono i mezzi, non il fine. Quando capisci che i rapporti di forza non ti permettono di ottenere niente di concreto, allora è meglio lasciar perdere, e concentrarsi su quello che si puo’ fare stando fuori dal palazzo”.

E fuori dal palazzo, Andrea rilancia con forza la battaglia dell’antifascismo “che in troppi continuano a sottovalutare. Si sono dimenticati che è proprio come risposta all’ultima grande crisi, quella del ‘29, che è nato il nazismo. Quando si instaura il meccanismo della guerra tra poveri, i principi democratici cominciano a traballare. E’ per questo che su questo tema invitiamo tutti a prescindere dalle diverse collocazioni elettorali ad unirsi per la costruzione di un fronte il più ampio possibile in difesa della democrazia, partito democratico in testa. E poi l’ARCI, la CGIL, fino al mondo dell’associazionismo cattolico. In occasione del 25 aprile noi abbiamo tentato di porre le fondamenta per un processo di questo tipo, senza successo. I democratici sono troppo impegnati a rassicurare l’elettorato moderato“.

Ma nel curriculum di Andrea Corti, oltre all’attestato di antifascismo militante, c’è un altro punto di grande attualità. E’ il suo lavoro presso il dipartimento di chimica industriale dell’Università di Pisa, dove si occupa di nuovi materiali plastici: da fonti rinnovabili, biodegradabili. Insomma, uno di quelli che passa la vita a cercare di rendere il nostro modello di sviluppo più sostenibile. Se è vero che per uscire dalla crisi dobbiamo partire dalla green economy, chi meglio di lui?

Questa provincia ha un patrimonio inestimabile. Sono i nostri ricercatori, la nostra comunità scientifica. Dovrebbero rappresentare la testa pensante di un sistema produttivo fortemente innovativo, fondato sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità ambientale. E invece vengono trattati come ruote di scorta. Prima di essere stabilizzato io ho fatto 10 anni di precariato, e mi posso ritenere fortunato. Quello che la provincia puo’ e deve fare è imporsi come luogo principe della programmazione economica del territorio, aiutando di più le imprese che innovano e penalizzando quelle che si basano solo su posizioni di rendita. Gli strumenti non mancano: la formazione, l’accesso al credito, i vari tavoli di coordinamento. Sinceramente non mi sembra ci si sia mossi in questa direzione. Le istituzioni hanno rinunciato a imporre una propria visione strategica dello sviluppo economico, e si limitano a fare da sponda ai poteri forti“.

Anche perché “programmazione” per il PD è diventata una parolaccia.

“I democratici sono stati vittime dell’ubriacatura liberista che ci ha portato alla crisi. Hanno creduto alla favola che vedeva nel libero mercato la cura di tutti i mali. Di solito però le ubriacature dopo un po’ si smaltiscono. Loro no, nonostante il libero mercato oggi mostri con forza tutti i suoi limiti, si rifiutano di prendere atto della realtà. Sono vittime della loro ideologia e di un modello vecchio di 30 anni che oggi evidentemente non funziona più. E il bello è che accusano noi di essere troppo ideologici”.

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