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L’Onda dopo l’Onda

La crisi nell’università ha radici profonde. Il mondo accademico e i vari governi l’anno coltivata a lungo. Come in generale, a lungo, è stato coltivato il declino di questo paese.

Nell’università la crisi parla lo stesso, monotono linguaggio che altrove. Nelle aule, negli uffici, nei laboratori universitari; nelle agenzie interinali e immobiliari; negli enti pubblici e nelle imprese assetate di tirocinanti e avare di contratti; perfino nei tanti sapienti editoriali sul “disagio giovanile”, sui “fannulloni” o sui “baroni”: ovunque si poteva ascoltare il linguaggio del lavoro precario, sfruttato e non riconosciuto, della selezione in base al reddito, della speculazione sui bisogni, della squalificazione del sapere e della sua inutilità nella ricerca di un lavoro, dello svuotamento della rappresentanza democratica e del dissenso: in una frase, dell’assenza di futuro. Ci voleva il genio contabile di un Tremonti, l’impulso modernizzatore di una Gelmini e il comico efficientismo di un Brunetta per far aprire gli occhi a tanti. Per collegare il malessere all’impulso di cambiare. Insomma, per scatenare l’Onda.

Già, l’Onda. Chi, non vedendo più le assemblee di piazza, le strade invase o le stazioni occupate, pensa che l’Onda sia finita, si inganna. Nata contro lo smantellamento dell’università pubblica a colpi di tagli e di blocco delle assunzioni, e contro lo spettro delle fondazioni, l’Onda universitaria è cresciuta e crescerà ancora su lotte concrete. Dall’esperienza delle tante assurdità del sistema, abbiamo elaborato e praticato idee per un’altra università possibile: una università che riconosce il lavoro di tutti, che concilia la propria vocazione di massa alla qualità della didattica e della ricerca, che condivide il proprio governo con la base di studenti e lavoratori che l’università la fanno, che interagisce in maniera fruttuosa con la città. Questa università non sarà parte della crisi ma della sua soluzione, impegnata insieme ad altri movimenti sociali e del lavoro per un nuovo modello di sviluppo e di consumo: giusto, cooperativo, sostenibile.

La lotta riparte oggi dal locale. Dalla resistenza a chi, al vertice dell’università di Pisa, reagisce ai tagli del governo con altri tagli alle biblioteche, ai dipartimenti e al personale, con l’aumento delle tasse, con la mancata stabilizzazione degli amministrativi, con la guerra tra ricercatori più giovani e più anziani, legando le assunzioni degli uni al pre-pensionamento degli altri. E questo mentre continua a pagare profumate indennità di carica, a cedere a privati o alla Regione pezzi della sua ricerca, a impegnare decine di milioni di euro nell’espansione edilizia. Le stesse gerarchie accademiche che hanno prodotto la crisi e tentano di farla pagare agli altri, a tutto pensano tranne che a farsi da parte. Adesso, con la riforma dello Statuto dell’università in dirittura d’arrivo, vogliono pure dirsi innovatori mentre non fanno che applicare la lezione del Gattopardo: “bisogna che tutto cambi affinché tutto resti come prima”.

F. Oliveri

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