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LA CINA E' VICINA



Andy Warhols Mao Tse Tung

Andy Warhol's Mao Tse Tung


Formiche Rosse è un giornale comunista. In Cina è al potere un partito che tuttoggi si definisce Comunista, e dichiara essere ispirato dai principi del marxismo-leninismo. E l’ascesa del gigante asiatico è il fenomeno più imponente del millennio appena inaugurato. Accettare la lettura che di questo fenomeno danno i media occidentali, tutti ferocemente anti-comunisti, ci pare assurdo.

Ecco perchè abbiamo deciso di pubblicare 6 articoli usciti recentemente che propongono una lettura non allineata del fenomeno. Non perchè rappresentino necessariamente la nostra idea su questo tema, ma semplicemente perchè cercano di andare oltre tutta la fuffa pseudo-liberale e ferocemente sinofoba che i lacchè dell’impero cercano quotidianamente di propinarci. Poi ognuno si faccia
la sua idea. Buona lettura


“Cina in pole-position” – di Alfonso Gianni

“Con la mia torpedo blu” – di Giuliano Marrucci

“Un alieno al G20″ – di Giuliano Marrucci


“Un istruttivo viaggio in Cina – Riflessioni di un filosofo”
– di Domenico Losurdo

“La nuova Cina che abbiamo sottovalutato” – di Vladimiro Giacchè

“Un tranquillo week end da dragoni” – di Giuliano Marrucci

CINA IN POLE POSITION



di Alfonso Gianni – pubblicato su “Il Riformista” il 20/08/2010


Si può anche essere prudenti e aspettare fine anno per sapere se per davvero la Cina sia diventata la seconda potenza economica mondiale. Ma tutto lascia presagire che il valore del Pil registrato nel secondo trimestre che segna lo storico superamento della Cina ai danni del Giappone – che occupava quella posizione dal lontano 1968 – verrà confermato, anche perché per quest’ultimo
non si vedono segni di ripresa, a meno che il suo governo non rilanci quella politica di stimoli che i maggiori paesi capitalistici hanno improvvidamente deciso di sospendere.

Naturalmente in termini di Pil procapite le cose sono ben diverse, anche se questo va bilanciato con l’effettivo potere d’acquisto, il che accorcia di molto le differenze con altri lavoratori dei paesi sviluppati.

Si tratta solo di un’ulteriore tappa nel cammino della Cina. Goldman Sachs prevede che il superamento degli Usa avverrà nel 2027 (mentre nello stesso anno l’India surclasserà il Giappone), ma altri centri di ricerca posizionano il sorpasso qualche anno prima. Che questo avvenga tutti o quasi concordano. L’unico problema – non da poco – è che siccome nessuna transizione egemonica mondiale è avvenuta in modo pacifico, è da augurarsi che lo spostamento da New York a Pechino del centro del mondo economico innovi la tradizione e avvenga in modo pacifico. In fondo questo e non altro è il compito delle classi dirigenti mondiali nei prossimi due decenni.

Ma prima di correre così avanti conviene chiedersi a che cosa è dovuto il successo cinese e che cosa questo già oggi significhi per l’economia mondiale. Nel pieno della fase più devastante dell’attuale crisi economica mondiale – settembre 2008 – il primo ministro cinese Wen Jiabao ricordava in un’intervista rilasciata a Newsweek che Adam Smith non aveva solo parlato nelle sue opere della “mano invisibile” del mercato, ma anche del ruolo regolatore dello stato nella distribuzione della ricchezza prodotta e quindi ammoniva l’America ad “applicare non solo la mano invisibile, ma anche quella visibile”. Così in
effetti è stato, almeno per qualche mese, e il governo cinese fu il primo a decidere un pacchetto di stimoli all’economia di entità più o meno simile a quella decisa successivamente dal governo statunitense.

Il primo ministro cinese sembra abbracciare per intero le brillanti tesi contenute nell’ultimo libro – Adam Smith a Pechino – di un grande studioso italiano, Giovanni Arrighi, recentemente scomparso, che , tanto per cambiare, ha costruito la sua autorità intellettuale negli States. Arrighi in sostanza ha sostenuto che in Cina si è venuto determinando un particolare e originale sistema di tipo capitalista, basato sulla tradizione della “rivoluzione industriosa” dell’Asia orientale del XVIII secolo che lo studioso contrappone alla “rivoluzione industriale” inglese.

E’ sulla base di un simile sistema che la Cina si pone al centro di un nuovo sistema-mondo. Come si vede si tratta di ben altro che l’affermazione corrente per cui la disciplina imposta a suo tempo dal sistema comunista renderebbe più ubbidiente e duttile la forza lavoro cinese. Se si guardano alle statistiche che pur per difetto ormai compaiono quasi senza veli, si scopre che il numero dei conflitti sociali in Cina è in crescendo secondo una progressione geometrica. Non si tratta solo di conflitti contadini, contro l’invadenza delle città rispetto alla campagna o gli espropri per la costruzione di grandi infrastrutture, che venivanoduramente repressi e occultati, ma di conflitti operai, anche nelle imprese a capitale straniero, che per di più si concludono con incrementi salariali in diversi casi addirittura raddoppiati.

Del resto ciò avviene non solo per pragmatismo, ma anche per consapevolezza teorica. Fan Gang, direttore dell’Istituto nazionale di ricerca economica cinese, ha esplicitamente parlato di applicazione delle teorie keynesiane, anche se queste non possono essere certo limitate all’aspetto dell’incremento delle retribuzioni. Persino Ford ci era arrivato senza l’ausilio di Keynes. Ma
l’economista cinese prosegue ricordando che il tasso di risparmio della Cina è troppo elevato – il 50% del Pil -, mentre il capitale fisico (impianti e macchinari) è di 10 volte inferiore a quello degli States e dello stesso Giappone e che, soprattutto, il tasso di consumo delle famiglie (35%) è troppo basso. Quindi bisogna agire su questi due ultimi fattori, in particolare incrementando i consumi interni senza i quali la crescita cinese non è sostenibile nel sul lungo né sul medio periodo. D’altro canto sarebbe sbagliato vedere la Cina forte solo della sua immensa forza lavoro allo stato brado. Già oggi non c’è più solo il “Made in China”, ma sempre di più il “Created in China”, anche se spesso “pensato” altrove. Le industrie creative sono una
realtà in rapida diffusione.

La Cina sta passando dalla rivoluzione culturale alla valorizzazione della cultura come volano del modello di sviluppo. Lo si vede anche dallo spasmodico interesse alle normative che in occidente regolano la questione della proprietà
intellettuale.
Se le cose andranno nella direzione desiderata da Fan Gang si aprirà un’occasione senza precedenti per una ripresa di qualità per l’Unione europea, sempre che questa non lasci tutta la potenza innovativa ed esportativa alla sola Germania, ponendo così le basi della propria dissoluzione, e al tentativo degli Usa di resistere al sorpasso cinese.

Sarebbe divertente conoscere l’opinione di Marchionne al riguardo, se gli impegni a comprimere i tempi di lavoro e i salari dei lavoratori Fiat e Chrysler, gli lasciasse spazio per pensieri meno asfittici.

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Con la mia torpedo blu



di Giuliano Marrucci – pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 25 Giugno 2010


25 giugno. Oggi è sciopero. Volevo andare al mare con la mia torpedo blu, made in Pomigliano. Poi mi sono informato meglio, e mi hanno detto che la torpedo è diventata gialla. La fanno in Cina.
Due cifre, giusto per intenderci: nel 2009 nel mondo si sono prodotte circa 10 milioni di auto in meno che nel 2008.  -32% in Giappone, -34% negli USA, -18% in Italia e così via. E in Cina? Beh, siamo a +48%, 5 milioni di macchine in più.

Solo due anni fa era cinese una macchina ogni 8, oggi una ogni 4. I lavoratori cinesi lo sanno, e così scioperano fino a che il padrone non mette nero su bianco un aumento di stipendio del 24%. È successo alla Honda di Foshan, succederà ancora. Anche perché sul costo di produzione di una macchina il lavoro incide per assai meno del 10%.

E anche perché questa volta Hu Jintao e l’organo del suo partito l’hanno detto chiaro: è arrivato il momento che un pezzetto dell’enorme ricchezza creata dal miracolo cinese tocchi anche ai lavoratori. Nel Guangdong ad esempio in poco più di un anno il salario minimo da 650 yuan è passato a 950, +45%.

Non è questione di esser generosi, è questione di avere un progetto di politica economica per il paese. E la Cina un progetto ce l’ha sempre avuto. Ha sfruttato la globalizzazione per tornare da protagonista nel mercato mondiale dopo un secolo e mezzo di latitanza (una latitanza, è bene ricordarlo, imposta manu militari dall’occidente), ed oggi che è diventata la locomotiva dell’economia globale lancia la fase due: la costruzione di un prospero mercato interno. È anche per questo che oggi costruisce il 50% di auto in più di due anni fa, perché i suoi lavoratori cominciano a potersele permettere.

Dall’ultimo rapporto della UBS su salari e prezzi mondiali si evince che a Pechino il salario medio netto annuo è di 5.300 dollari. La casa automobilistica cinese Chery produce un’auto da 800 cc e 51 CV di potenza al costo di 4.000 dollari. Quando nel 1959 in Italia con lo stipendio di un anno finalmente riuscivi a portarti a casa una fiammante FIAT 500, è cominciato il boom. I conti tornano e il progetto va avanti.
Anche in Italia il progetto va avanti, basta dirsi chiaramente il progetto qual’è.

Perché se il progetto è quello di riguadagnare posizioni sul mercato mondiale grazie alla riduzione del costo del lavoro, allora diciamocelo, abbiamo scherzato, torniamo tutti a casa e amici come prima. Se invece il progetto è quello, mentre la nave affonda, di permettere a chi ha più forza di arraffare l’arraffabile, allora tutto torna. Nel 1983 il 77% del PIL andava ai salari e il 23 ai profitti. Oggi siamo 67 a 33. Cioè, rispetto a 30 anni fa, ogni lavoratore oggi devolve beneficamente ai padroni 6.000 euro in più ogni anno.

Questo è l’obolo che impedisce di ripartire, e non certo il contratto nazionale di lavoro contro il quale s’è scatenata l’ennesima guerra a Pomigliano.

Un alieno al G20



di Giuliano Marrucci – pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 28 luglio 2010


Nessuno lo dice, ma ieri mentre i 20 grandi della terra si scervellavano per come evitare di arrivare ad un qualsivoglia risultato concreto, nella distrazione generale, è intervenuto un alieno. “Nel primo trimestre del 2010 la nostra crescita è stata dell’11,9%”. Silenzio in aula. L’alieno si chiama Hu Jintao, e dicono sia presidente di uno strano e remoto pianeta chiamato Repubblica Popolare Cinese.


Tra inizio 2008 e fine 2009, i paesi dell’OCSE hanno ridotto il loro PIL di oltre mille miliardi di dollari. 990 sono dovuti ai mancati investimenti. In Cina invece ad esempio gli investimenti urbani nello stesso arco di tempo sono aumentati del 25%. A tirare la carretta è la parte di economia dominata dalle grandi aziende statali. In Cina le 500 maggiori aziende contribuiscono al PIL per l’83,3%. 350, il 70%, sono completamente o in maggioranza di proprietà pubblica. Banche comprese. E’ per questo che quando la Cina ha deciso di varare un pacchetto di stimoli per contrastare la crisi, non ha dovuto fare regali ai megabanchieri, ma ha potuto direttamente investire nell’economia reale. Per farlo c’è bisogno dell’egemonia del pubblico nell’economia. La Cina ce l’ha, l’occidente no.

Grazie a questi investimenti, anche le aziende private hanno continuato a lavorare a ritmi vertiginosi, a lavorare e a guadagnare. E quando guadagni paghi le tasse, ecco perché in Cina il deficit sta sotto il 3%. Negli USA e in Gran Bretagna è sopra il 10. Regalare quattrini ai banchieri costa, investire nell’economia reale crea ricchezza. Per tutti. E così mentre il calo dei consumi in occidente portava a una diminuzione del 16% delle esportazioni cinesi, a mantenere in piedi la baracca c’era l’aumento del 17% dei consumi interni.

Presenza dello stato nell’economia, capacità di programmazione a lungo raggio. Hu Jintao ha provato a spiegare che sono queste le armi per superare la crisi: “abbiamo bisogno di avere una prospettiva a più lungo raggio e spostare l’attenzione dal semplice coordinamento delle misure di stimolo, al coordinamento della crescita, dall’attenzione alla contingenza di breve termine alla promozione del governo di lungo termine, dalle risposte passive alla programmazione attiva”.

Certo che il pianeta di questo Hu Jintao deve essere proprio strano.